“Per fortuna c’è chi sceglie di reagire” – Intervista a Matteo Davide

Mobilitazioni Artistiche e Matteo Davide si sono conosciuti lo scorso settembre in occasione della tredicesima edizione del Festival “Frammenti” di Frascati grazie al Bookwhisper dedicato a “Le città invisibili” di Italo Calvino. Una delle esperienze più fortunate per la nostra performance di lettura, che speriamo di poter ripetere l’anno prossimo.

Questa settimana vogliamo parlare con lui, per conoscere meglio Semintesta e Frammenti, una delle realtà artistiche e culturali più importanti dei Castelli Romani.

Matteo, io e te ci siamo conosciuti nel 2007 a Ciampino, durante un seminario di cinque giorni tenuto dal regista Giancarlo Sepe, fondatore del teatro “La Comunità di Roma”. È iniziato in quel periodo il tuo percorso teatrale e che tipo di formazione hai seguito successivamente?
A dire la verità mi ero avvicinato al teatro già da un po’ di tempo. Ho iniziato a muovere i primi passi nel ’98, con il laboratorio del liceo dove studiavo. Successivamente, nel 2000, uscito dal liceo ho iniziato a guardare al teatro con uno sguardo sempre più profondo, attento e rapito. Ho sempre fondato il mio percorso di ricerca teatrale sulla “non-scuola”, rifiutando qualsiasi tipo di istruzione accademica. Penso che ogni percorso professionale debba essere in continua contraddizione e per questo ho cercato negli anni una formazione diversificata che sapesse dotarmi di uno sguardo che fosse il più ampio possibile e che sapesse mandarmi costantemente in crisi. Oltre alla classica “gavetta da palcoscenico” ho quindi costruito il mio percorso formandomi, oltre che con Giancarlo Sepe, con Pippo Delbono, Ascanio Celestini, Armando Punzo della Compagnia della Fortezza, Fabrizio Arcuri e Manuela Cherubini di Psicopompo Teatro. Cerco di appropriarmi delle varie influenze ricevute, senza mai dimenticare le mie deviazioni, i miei difetti, preservando la difesa di un mio stile e di un mio linguaggio.
Pippo Delbono mi disse durante uno dei suoi incontri che siamo una generazione sfortunata, perché “non ci sono più maestri, grandi punti di riferimento come nel passato”. Secondo me questa può ritenersi una fortuna perché per me è molto più stimolante muovermi tra le macerie piuttosto che tra le regole di una scuola di pensiero.

Nel 2001 è nato Semintesta, l’associazione culturale di cui sei attualmente l’ufficio semintestastampa. Come è iniziato questo progetto e come svolgete il vostro lavoro?

Semintesta nasce per creare il festival Frammenti e il festival nasce per creare Semintesta. Due realtà imprescindibili, due essenze nate insieme. L’associazione è nata nel 2001 e io ne faccio parte integrante dal 2005. Semintesta ha da sempre avuto lo scopo e la vocazione di realizzare festival ed eventi di importanza culturale, come Frammenti appunto. L’altra grande finalità della nostra associazione è quella di creare uno spazio pubblico, un centro socio-culturale dove produrre, promuovere e formare. Nel corso degli anni l’associazione ha allargato il proprio raggio di azione occupandosi anche di progetti di inclusione sociale, attività didattiche nei musei per l’infanzia, organizzazione di eventi, progetti con gli anziani e produzioni teatrali e audiovisive. È difficile riassumere tutto il nostro percorso in poche righe, posso dire che Semintesta, oltre ai soci che vi lavorano stabilmente, è una realtà che vive e si evolve insieme al proprio territorio (non solo quello circostante) e che muove i propri passi grazie al sostegno e alla presenza di tantissime persone che orbitano intorno alla nostra associazione.

All’interno delle attività di Semintesta viene dato un grande spazio alla produzione teatrale con performance e studi che vanno da Giovanni Testori a Mark Ravenhill, passando per la messa in scena del capolavoro di Harold Pinter, “Il Calapranzi”.
Semintesta_Teatro è una costola dell’associazione Semintesta. Ho deciso di fondare questo collettivo teatrale per dare spazio e voce all’espressione della nostra associazione e per avviare un percorso di produzione e di ricerca teatrale. Alterniamo messe in scena e studi di drammaturgie contemporanee a produzioni di spettacoli scritti da noi, ultimamente abbiamo rivolto lo sguardo all’infanzia con una serie di progetti a cui stiamo lavorando, in special modo una versione tutta nostra del “Barone Rampante” di Italo Calvino.

L’anno scorso hai scritto e diretto “Occhio pigro”, uno spettacolo che ho visto a Roma al teatro Argot. Lo hai definito una “finta autobiografia”, un “falso e bugiardissimo testamento” che “da tentativo autobiografico si trasforma subito in qualcos’altro, per diventare immediatamente una favola”. La scena era animata da pupazzi e personaggi stranissimi, con sketch che sfioravano il grottesco e un finale, se possibile, ancora più paradossale, col funzionario della SIAE che piomba sulla scena ad interrompere lo spettacolo. Raccontaci di questo lavoro.
Occhio Pigro è uno spettacolo che ha permesso di farci conoscere aldilà del nostro territorio, grazie soprattutto agli spazi e ai festival che ci hanno ospitato. Abbiamo lavorato con i pupazzi, sfiorando le tecniche della ventriloquia, cercando di dare spazio alla nostra fantasia. Ho scritto un testo ispirandomi al “Barone” di Munchausen, partendo da alcuni spunti autobiografici (da piccolo ho avuto veramente l’occhio pigro) e aggiungendo subito menzogne, invenzioni per arricchire il mio racconto, proprio come il protagonista della favola. Mentire per rendere una storia interessante. La storia di un bambino, che grazie al suo occhio malandato riesce a ridisegnare il mondo circostante creando una sorta di dimensione parallela, un microcosmo dove poter evadere e rifugiarsi in ogni momento. Il finale con l’ispettore SIAE, ha suscitato molte polemiche (più tra gli operatori del settore che tra gli spettatori veri e propri) ed è stato interpretato come una “toppa”, un escamotage per chiudere lo spettacolo. Credo innanzitutto che la polemica sia un aspetto molto positivo perché crea pensiero, discussione, perché fa schierare lo spettatore senza sollevarlo da qualsivoglia responsabilità poetica o politica. Con l’ispettore SIAE che interrompe lo spettacolo ho voluto dare voce all’impossibilità. L’impossibilità al giorno d’oggi di lavorare a teatro nella totale legalità, l’impossibilità di concludere in un mondo traballante. Ma ho anche voluto sottolineare quanto sia sottile il confine tra l’attore e il pubblico rendendoli spettatori inermi di un ispettore SIAE che va ben oltre il suo ruolo, diventando quasi egli stesso il vero protagonista dello spettacolo. Non cerco di fare spettacoli piacevoli, non scrivo testi pensando ai concorsi di teatro (ormai unica rampa di lancio rimasta per farsi conoscere), cerco di rendermi la vita più difficile.

Parliamo di Frammenti, il festival di musica, teatro, cinema e arti visive realizzato con il patrocinio del comune di Frascati e grazie all’aiuto di molti partners, che dal 2001, per ben tredici edizioni, è stato palcoscenico per moltissime realtà artistiche indipendenti, conosciute e meno conosciute, nella splendida cornice del Parco di Villa Sciarra, a Frascati. Il festival presenta ogni anno tematiche attualissime che le arti cercano di affrontare, ognuna con il proprio linguaggio. Fra gli ospiti che avete avuto compaiono grandi nomi: Vinicio Capossela, Antonio Rezza e Flavia Mastrella, Ascanio Celestini, Baustelle, Afterhours, Caparezza, Moni Ovadia, Marco Travaglio, Paolo Rossi, Marta sui tubi, e potremmo continuare ancora. Spiegaci quali sono le difficoltà più grandi che si incontrano nell’organizzazione di una così grande macchina artistica, e quali invece le soddisfazioni.

Vinicio Capossela e La banda della posta alla XIII edizione di Frammenti FWD REVERSE

Vinicio Capossela e La banda della posta alla XIII edizione di Frammenti FWD REVERSE

È difficile per me descrivere le soddisfazioni che mi dà il festival Frammenti ogni anno. Spesso veniamo così risucchiati dal lavoro tanto da non renderci conto nemmeno delle cose belle. Tuttavia penso che la soddisfazione più grande siano le persone che vengono ad aiutarci: cugini, mamme, amici, mariti e mogli, papà, colleghi, attori e attrici e semplici volontari che si presentano da noi il giorno prima del festival. Tutte persone senza le quali nulla sarebbe possibile. Sono quelli che spillano le birre, che preparano i panini, che strappano i biglietti all’ingresso, che puliscono il parco durante la mattina, o che portano di corsa una bottiglia d’acqua sul palco. Tutte accomunate dalla maglietta di Frammenti, tutti uniti per un festival che non è di Semintesta, ma è di chi lo fa, di chi partecipa, di chi suona, di chi recita. Credo, sperando di non peccare di presunzione, che Frammenti sia uno dei pochi festival rimasti umani, con una dimensione di leggerezza e di serenità che raramente si trovano altrove.

biglietto frammenti

Antonio Rezza in scena alla XIII edizione di Frammenti FWD REVERSE

Antonio Rezza in scena alla XIII edizione di Frammenti FWD REVERSE

Le difficoltà sono tantissime e ogni anno ci si pone il dubbio amletico: ma quest’anno lo facciamo o no il festival? Sicuramente l’aspetto economico è il primo problema, e non riguarda solamente noi. La totale assenza di sponsor privati e la quasi assenza di finanziamenti pubblici rendono difficile la realizzazione di un festival. Siamo passati da un decennio in cui i soldi venivano sperperati, ad anni in cui le istituzioni abbandonano le associazioni e i progetti culturali causandone la morte o il ridimensionamento. La cultura è investimento, non deve essere né un finanziamento a pioggia, tanto meno può essere considerata come un aspetto secondario della vita di noi cittadini. La cultura deve essere ritenuta al pari dell’istruzione o della sanità; è (per usare un termine piuttosto inflazionato) un bene comune che va difeso e sostenuto. Frammenti è figlio di questa crisi ed ogni anno vengono compiuti sforzi enormi per poterlo realizzare e per far sì che sia un festival sostenibile.

Semintesta si occupa anche moltissimo della didattica e della formazione, attraverso percorsi che comprendono la tecnologia e la scienza, le visite e gli itinerari nel bellissimo territorio dei Castelli Romani. Come si sviluppano questi progetti e a chi si rivolgono?
Sviluppiamo i nostri progetti pensando sempre a un forte legame con il territorio e con le persone che lo abitano. Oltre ai progetti didattici per le scuole pensiamo anche iniziative tendenti alla valorizzazione e alla riscoperta delle nostre ricchezze (come la stessa Villa Sciarra, dove organizziamo Frammenti). In particolare stiamo lavorando in questi mesi alla gestione e alla valorizzazione del parco archeologico del Tuscolo. Il Tuscolo è un sito archeologico a due passi da Frascati; negli ultimi decenni l’abbandono e il degrado (oltre ad alcuni atti vandalici) hanno causato la chiusura del parco. Tramite un bando della Comunità Montana, noi di Semintesta, insieme ad una cordata di altre associazioni della provincia, abbiamo scritto un progetto di gestione e di riqualifica con un forte impatto culturale e abbiamo vinto. Una grande sfida insomma ci si pone di fronte: la gestione di un parco archeologico di interesse culturale e la ricerca di finanziamenti e importanti partners che sostengano il progetto. Abbiamo coniato il termine di “partecipato alto”, ovvero un sistema di progettazione partecipata d’altura, una dinamica di sinergie tra pubblico, associazioni e istituzioni per consentire la massima partecipazione a un bene comune come il Tuscolo. Il Tuscolo diventerà la sede di visite guidate organizzate, di eventi speciali, di festival di teatro, cinema e letteratura, di progetti didattici. Sarà un catalizzatore delle nostre vocazioni. Uno spazio, un non-luogo dove confrontarsi, creare pensiero, fare cultura. Qualsiasi nostro progetto, qualsiasi nostra attività è in ricerca di uno spazio, fisico e non, sia esso un teatro, una piazza, un sito archeologico, un blog. Lo spazio è il leitmotiv dei nostri progetti, ed è un aspetto fondamentale per garantire continuità e aderenza.

Foto di Alessandro Natale

Foto di Alessandro Natale

Che cos’è lo SPAZIO Z.I.P. e che proposte si possono trovare al Farenight Social Club?
Purtroppo questa domanda va formulata usando il tempo passato. Lo Spazio Z.I.P. era il centro culturale che Semintesta (sempre insieme ad altre associazioni) ha gestito per circa tre anni, dal 2006 al 2009. Lo spazio si trovava in un edificio pubblico in concessione dal comune ed è stato il punto di riferimento della cultura, del sociale, dell’intrattenimento per tutto il territorio dei Castelli Romani. Uno spazio che è riuscito a sopravvivere mediante un sistema di autofinanziamento da parte delle associazioni e delle persone che vi partecipavano. In pochi anni è diventato un modello di gestione partecipata, un centro culturale che ha fatto da apripista per tante altre esperienze nazionali. Durante questo periodo siamo riusciti ad avviare un progetto enorme, ambizioso, che aveva attirato le attenzione di molti investitori, nonché di molte realtà culturali che spesso trovavano rifugio nel nostro spazio, di fronte all’arroganza di quelli romani. Z.I.P. era un acronimo che stava ad indicare Zona Interattiva di Pensiero. Ed era proprio: un polo di formazione, promozione e produzione, un luogo dove creare pensiero. Una favola troppo bella per essere vera. Infatti nell’ottobre del 2009, il comune di Frascati ha deciso da un giorno a un altro per lo sgombero, giustificando questa dolorosa scelta con l’allarme che l’edificio, non rispettando le norme antisismiche, potesse crollare da un momento all’altro. A distanza ormai di 5 anni niente è stato fatto per lo stabile, anzi alcune parti dell’edificio sono occupate da uffici comunali e gradualmente questo sgombero si è rivelato una sorta di copertura verso interessi commerciali nei confronti del sito. Il teatro, che in tre anni era diventato un luogo di ricerca, di produzione, di pensiero appunto, è attualmente sede della raccolta differenziata del comune di Frascati. Una metafora che purtroppo calza a pennello.

Come degli esuli, dopo un anno di inutili lotte e raccolte firme, abbiamo deciso di continuare la nostra idea di spazio nel progetto Farenight Social Club, uno spazio privato preso in affitto ma con la vocazione di uno spazio pubblico. Un posto dove poter offrire una proposta culturale assidua, attiva 365 giorni l’anno. Il progetto di Semintesta è stato quello di creare un luogo della condivisione, dell’accessibilità, dell’interazione e quindi della trasformazione di uno spazio da privato a pubblico: “habitato”. Nonostante il successo strepitoso durante i due anni di gestione, ci siamo ritrovati a doverlo chiudere date le elevate spese per portarlo avanti. Uno spazio pubblico non può pagare l’affitto come una discoteca, non può sottostare alle leggi SIAE come i locali commerciali, per non parlare degli affitti elevatissimi. Queste nostre considerazioni ci hanno portato a guardare con attenzione alle occupazioni che sono avvenute di recente (di cui il Valle Occupato è stato capofila). Questi movimenti culturali sono figli delle problematiche che abbiamo incontrato durante questi anni e mettono in luce l’impossibilità di poter lavorare nel settore dello spettacolo in maniera pulita e continuativa. E di fronte a un’impossibilità fortunatamente c’è chi ha scelto di reagire, riappropriandosi degli spazi di cui siamo privi.

Adesso ti pongo la domanda tipica delle interviste agli artisti: a cosa stai lavorando adesso e quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto lavorando a meno cose possibili. Voglio rinunciare alla logica del dover fare qualcosa, voglio muovermi esclusivamente per necessità. E quando parlo di necessità intendo l’impulso, la molla, il bisogno vero di espressione, l’incontenibile forza da sprigionare durante la fase creativa. Attualmente sto lavorando ad una mia drammaturgia, “Democracy”, che parlerà delle rivoluzioni civili, delle rivolte, delle primavere reazionarie e di democrazie. Un altro progetto a cui sono molto legato è “The John Fante Experience” uno spettacolo concerto tributo a Fante e in particolar modo al ciclo di libri dedicati al suo alter-ego Arturo Bandini. Un progetto che spero di poter portare in giro il più possibile. Penso poi all’assenza di spazi (importante per la realizzazione di una qualsiasi messa in scena) che mi porta ad essere costantemente nomade. Mi piacerebbe molto l’idea di realizzare progetti teatrali in spazi occupati ad hoc. C’è bisogno di clandestinità e di apertura al tempo stesso.

Stando in questo settore e occupandoti attivamente di promozione culturale, che direzione pensi debba prendere in futuro l’arte contemporanea? Di cosa hanno bisogno gli artisti per potersi dedicare al proprio lavoro e come si ottengono, secondo te, i successi maggiori?
Non sono capace a dare consigli, a fare previsioni, nonostante lavori in questo settore (affrontando quasi tutte le sue sfaccettature) non credo di avere le competenze o le capacità per dispensare indicazioni. Penso che l’arte, e in specie il teatro, debba ritrovare la necessità. Dobbiamo essere meno, dobbiamo fare di meno, dobbiamo ridurci. Tornare all’essenzialità, al bisogno vero, alla necessità. Non mi stancherò mai di ripetere questa parola: necessità. Il teatro contemporaneo deve svincolarsi dall’autoreferenzialità, dalla distanza, dal linguaggio accademico, dai concorsi a premi, dai bicentenari, dalle celebrazioni. Bisogna tornare a un teatro della necessità, figlio del suo tempo, un teatro cittadino, un teatro che sia espressione pura di un bisogno incontenibile. Un teatro che sappia prendere le distanze dai linguaggi scritti a tavolino, un teatro che imparari a non guardarsi più allo specchio.

Foto di Igor Manzetti

Foto di Igor Manzetti

I successi migliori, secondo la mia modesta opinione, si ottengono non vincendo alcun premio. Non appena si vince un premio si rischia immediatamente la morte, l’impolveramento, l’annichilirsi dentro un circuito virtuoso di lodi e apprezzamenti. Credo che, senza mai dimenticare il rapporto con il pubblico, con la gente, con le esigenze, con l’attualità, un artista contemporaneo oggi debba saper farsi da parte. Bisogna abbandonare la stagione dei protagonismi, delle firme eccellenti, delle consegne delle targhe, dei memorial, della gerontofilia. Come dite giustamente voi, “dedicarsi al proprio lavoro”. Ecco, secondo me bisogna tornare a questo, al lavoro. Lasciare per un attimo da parte la propria figura, il proprio nome e cognome, la propria firma, per concentrare tutte le attenzioni sulla propria espressione, sul proprio linguaggio. Farsi da parte per ricostruire, per rimestare le macerie, per costruire un vero futuro.  Credo che questo sia il vero successo a cui puntare.

Bene, adesso per tenerci in contatto, lasciaci con qualche data, appuntamento, evento a cui non possiamo mancare.
Come dicevo prima, vorrei fermarmi per un po’. Farmi da parte appunto. Tornerò in primavera, a marzo, con il debutto di “Democracy” di cui curo drammaturgia e regia. Attualmente non abbiamo ancora un luogo che ci ospita, tanto meno una data fissata, ma continuiamo a lavorare come se avessimo già una scadenza.

Un evento a cui non mancare poi sarà a settembre 2014, con la 14sima edizione di Frammenti!

http://www.semintesta.it

– Roberta Russo –

Annunci

One comment

  • grazie della splendida chiacchierata. La sinergia e le collaborazioni sono fondamentali. Dobbiamo essere tutti una cosa sola, condividere difficoltà e problematiche. Dobbiamo educare la generazione che non ha saputo educarci e preparare la strada alle generazioni future.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...