Chiedi chi era Normann Rockwell.

American Chronicles: The art of Normann Rockwell

11 novembre 2014 – 08 febbraio 2015 Fondazione Roma Museo, Palazzo Sciarra

Confesso subito: non conoscevo Normann Rockwell. Ma tipo neanche mai sentito il nome, da nessuna parte, né mai visto un suo quadro.

Certo la cosa non mi fa onore, ma tant’è. Inutile girarci intorno.

Che quando Franzi mi fa: ‹‹Andiamo a vedere la mostra di Normann Rockwell, sabato?›› io pensavo alla mostra di uno di questi fotografi che vanno per la maggiore adesso.

Normann Rockwell. E’ un nome da fotografo.

Comunque: sabato sera, metà dicembre, via del corso, atmosfera natalizia, ossessi che si accalcano nei negozi, addobbi e musichette orribili, indiani che ti vendono una specie di bastone che dopo ho capito essere una “prolunga” dove si attacca lo smartphone per farsi i selfie, insomma, un bagno nella follia pura.

Forse al museo potremmo trovare un po’ di tregua; alle brutte solo il silenzio, che già è qualcosa.

Ed ecco Normann Rockwell, che è un pittore, non un fotografo.

Un pittore realista legato a doppia corda con la storia americana, dagli anni ’10 agli anni ’70.

Ma in realtà non ho neanche sbagliato di molto, perché in effetti Normann Rockwell è un fotografo, a suo modo, il fotografo ufficiale di un’America in piena crescita, ottimista, salda e fiduciosa nel suo futuro.

 

Uno stile quasi iper-realista, che ricorda molto Edward Hopper, suo contemporaneo, non a caso scopro che è stato l’illustratore principale di tutte le copertine dei maggiori giornali come il Saturday Evening Post, Life e Look e in quelle copertine, tantissime e tutte presenti nel percorso espositivo, passa tutta la storia americana.

Quando ancora le copertine dei giornali venivano illustrate a mano.

Quando ancora c’erano i giornali.

Vabbè.

Poi ci sono i quadri, tutti lavori a olio: l’infanzia è uno dei temi principali, bambini e adolescenti ripresi in pose più o meno buffe, mi ricordano le illustrazioni sulle scatole di latta, quelli dei biscotti dove nonna ci teneva gli aghi e le robe per cucire. Ci sono i suoi autoritratti e soprattutto varie scene di vita americana: ma a differenza dei paesaggi urbani di Hopper, Rockwell descrive un’America più rurale, della piccola provincia, scene familiari o di campagna, tipo il pranzo del giorno del ringraziamento col cappone.

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Colori, atmosfere, luci, tutto mi rimanda a qualcos’altro e quello che all’inizio mi pare un immenso spot della vita americana, in realtà comincia a rivelare di più.

Infatti osservando questi quadri, i rimandi sono così tanti, che sembra di averli già visti e conosciuti da sempre: ti viene in mente Dickens, i romanzi di Steinbeck, di Fitzgerald, ma anche qualche scalcinato immigrato italiano scappato da un romanzo di John Fante. E non nomino tutti i rimandi cinematografici… anzi sì, uno solo, il mio preferito Our gang da noi conosciuto come le Simpatiche canaglie, nei quadri di Rockwell le simpatiche canaglie le vedi dappertutto. Che io da piccolo non facevo colazione, se in tv non davano le simpatiche canaglie.

E delle scatole di latta ho già detto.

therunaway.jpg

Quindi dai suoi quadri esce una nazione fatta di contadini e lavoratori con i calzoni sporchi, di bar lungo la strada, di presidenti americani sorridenti, di gente che si arrabatta, ma che è piena di speranza. Il ritratto di un paese da giovane.

Ecco. Poi tutto questo sogno di felicità e libertà è finito: è arrivata la guerra in Vietnam, l’assassinio di Kennedy, il Watergate e tante altre belle storie e il sogno s’è sgonfiato, l’ottimismo ha fatto spazio al disincanto e dietro tutto quell’ideale di libertà s’è scoperto che c’erano gli scheletri.

Come dappertutto del resto.

Rockwell però non bara, non continua a dipingere una nazione che ormai non esiste più, dopo gli anni ’60 i suoi quadri sembrano incupirsi, le tematiche cambiano e il pranzo di ringraziamento col cappone e tutta la famiglia felice lascia spazio a quadri sulla violenza e sull’odio razziale come “Murder in Mississippi” che narra dell’uccisione di tre attivisti da parte del Klu Klux Klan, e tante altre storie non più troppo felici.

rockwell_murder in mississippi

Per questo, quello che si intuisce osservando le opere di Rockwell per la prima volta non è la semplice cronaca dell’America di quegli anni, ma uno sforzo visionario, costruito attraverso il realismo, di ricercare un sogno collettivo, di lavorare su un mito narrando una storia nel suo svolgersi. Di certo Rockwell non è un pittore che procede per sbalzi o grandi intuizioni, ma al contrario lavora attraverso piccoli passi, in maniera molto concreta, alla creazione di un mito appunto, il mito americano. Che poi il mito sia fallito, non è certo colpa sua.

Ricapitolando, io Rockwell  non lo conoscevo, come ho detto all’inizio, invece ho scoperto che lo conoscevo.

Senza averlo mai conosciuto.

Come Burt Bacharach, americano pure lui, di poco più giovane. Tutti conosciamo le sue canzoni strafamose e cantate da chiunque, ma poca è la gente che conosce il suo nome.

 

Cristiano Mancini

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