Chi è il poeta? Dantedì 2020

 

Con un nome agile, quasi fosse una nuova giornata della settimana, quella che si disegna inconsueta in questo periodo di quarantena da pandemia, arriva il DANTEDI’. Ogni anno il Sommo Poeta avrà la sua giornata ufficiale di festa e celebrazioni: il 25 marzo.

Dante è un vero e proprio simbolo della cultura italiana e la sua Divina Commedia è l’opera del Bel Paese più famosa al mondo.

Celebriamo quindi il POETA, la nostra memoria e insieme il nosro patrimonio culturale con un omaggio di Giulio Mazzali, autore di Cisterna di Latina.

 

Chi sia il poeta è davvero un interrogativo arduo, a cui è difficile dare una risposta. Ma forse un’immagine può aiutarci a capirne la singolarità, la necessità di amarlo e ricercarlo. E a proporla non poteva che essere che lui, il Sommo Poeta.

È  sera, la sera dell’8 aprile del 1300, venerdì santo, e Dante dopo dubbi e incertezze si appresta ad entrare nell’abisso infernale. Ad ammonire i due viaggiatori, Dante e Virgilio, le parole sonanti e ineluttabili della porta infernale:

 

“Per me si va ne la città dolente,

per me si va ne l’etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.

Giustizia mosse il mio alto fattore;

fecemi la divina podestate,

la somma sapïenza e ‘l primo amore.

Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate”.

(Inferno, Canto III, vv. 1 – 9)

dante-vellutello

Opera di Alessandro Vellutello, 1544

 

Parole, queste, “di colore oscuro” (v.10), incise sulla sommità di una porta e che Dante legge e ascolta sentendone tutto il peso angoscioso.  Parole che abbiamo imparato sui banchi di scuola e che ricordano ai lettori di ogni tempo  l’orrore eterno dell’Inferno, luogo “dolente” voluto dal “Dio giusto” e privo di ogni speranza. Parole durissime, al limite della concepibilità, che Dante, come d’altronde nessun uomo, può penetrare fino in fondo. Come comprendere, infatti, l’eternità, oppure l’infinità? Come concepire, prima della morte, l’assoluta impossibilità di sperare?

Interrogativi che provocano angoscia e turbamento, e che riportano alla mente i versi chiari e limpidi del poeta Guido Cupani, tratti dalla sua raccolta Le felicità:

 

 “Sono passati gli anni,

 ma io non ho capito.

 La mia testa è ancora troppo piccola

 per contenere l’infinito”.

Ma è in questa cupa atmosfera che Dante, con la straordinarietà che è propria sola dei giganti, ci regala un momento delicato e affettuoso, che se letto sapientemente può assumere per noi tutti un valore emblematico e assoluto. Il poeta toscano, infatti, che nel Canto precedente sembrava aver superato ogni indugio ed essere pronto al viaggio, viene colto nuovamente da sgomento. È sentendo approssimarsi una nuova disperazione che Virgilio, poeta anch’egli, dopo aver ribadito la necessità di abbandonare “ogni sospetto”, prende dolcemente la mano di Dante e con espressione lieta lo conduce vivo nelle“segrete cose”:

 

“ E poi che la sua mano  a la mia puose

con lieto volto, ond’io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose”.

(Inferno, Canto III, vv. 19 – 21)

dante-dali

Salvador Dalì, 1951-1960

 

È forse questo il poeta? Colui che ci conduce generosamente in luoghi altrimenti inaccessibili?

A suo modo sì, lo è, ma è soprattutto colui che prendendoci per mano ci introduce nelle distese spesso ignote del cuore e ci rende testimoni  e partecipi della vita in tutte le sue forme. Il cuore, luogo straniero più dell’Inferno, dove la vita manifesta la sua forza inquietante, la sua inevitabile eccedenza. E proprio grazie al poeta e ai suoi versi, così voleva e vuole ancor oggi Dante, noi riconosciamo noi stessi e gli altri, in una dimensione di pura libertà, in cui il linguaggio diviene strumento creativo e mezzo di comunicazione.

Grazie Sommo Poeta, grazie davvero.

 

Giulio Mazzali

Godiamoci un’altra icona della nostra cultura, Vittorio Gassman, mentre legge il Canto III dell’Inferno di Dante:

 

 

 

 

 

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