“Lui è tornato”, e Vermes ce lo racconta

Dalla morte di Erich Priebke, avvenuta lo scorso 11 ottobre, sono nate molte contestazioni riguardo il suo funerale e la sua sepoltura, il cui luogo è tutt’ora top secret. Ex capitano delle SS, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, fino alla fine della sua lunga esistenza, durata ben 100 anni, ha continuato a non rinnegare il proprio passato e a negare l’esistenza dell’olocausto. Poco tempo dopo la sua morte, il 16 ottobre, è caduto anche il Settantesimo anniversario della deportazione degli ebrei di Roma, in quel “sabato nero” che segnò per sempre la vita di più di mille ebrei, abitanti del ghetto romano. Una serie di avvenimenti concentratisi nel giro di pochi giorni che hanno indiscutibilmente riportato in scena una pagina di storia che non potrà mai essere strappata dal libro della memoria.
Tutto ciò mi hanno fatto tornare alla mente un libro letto quest’estate, uscito in Italia lo scorso maggio e scritto dal tedesco Timur Vermes, che ha avuto non poco successo in tutto il mondo. Il titolo? Lui è tornato (Bompiani, 2013, €18,50).

Cosa penseresti se ti dicessero che dopo quasi settant’anni Adolf Hitler è di nuovo in copertinamezzo a noi? Non si sa come, non si sa perché, ma è qui. Senza una spiegazione plausibile, apre gli occhi in un parco del centro della Berlino del 2011.
Dall’incertezza e dallo spaesamento iniziali, via via ritrova fiducia in sé e riprende in mano il compito che gli è predestinato: perché, anche se sono passati decenni, lui è tornato, e allora forse tutto questo è successo perché lo ha voluto il destino e i suoi piani per la Grande Germania devono compiersi.
Come poter riprendere il potere in un mondo che non riconosce più e che non lo riconosce a sua volta? Semplice: le armi a sua disposizione non spareranno proiettili ma sono certamente altrettanto potenti. Nella Germania del futuro Hitler ha a disposizione televisioni e “internez” per propagandare la sua ideologia politica, rimasta invariata nel tempo. Ed è così che, se da una parte non fa nulla per nascondere chi veramente è e cosa vuole, dall’altra le persone ne rimangono affascinate per il suo talento di “comico”. Ebbene sì, perchè Vermes lo immagina con un grande talento televisivo, che neanche a dirlo, sfrutterà per raggiungere il suo obiettivo (sempre lo stesso): la riconquista del potere assoluto. Si mette in gioco e va in scena, prende confidenza con le telecamere delle televisioni e si fa conoscere come un nuovo personaggio emergente, imitatore di sé stesso, attirando sempre più consensi e simpatie, senza mai rinnegare i suoi ideali e i suoi scopi.

Uno degli obiettivi del libro è quello di mostrare come una personalità particolare come quella di Adolf Hitler possa tornare ad avere potere servendosi delle nuove tecnologie e dei media. La strada scelta dall’autore è quella della comicità e della satira, per un racconto in prima persona che diventa esilarante soprattutto nei dialoghi che sottolineano la distanza fra i linguaggi di ieri e di oggi, nei momenti in cui Hitler viene inevitabilmente a contatto con i politici contemporanei (come quando scopre che alla guida della sua Germania c’è Angela Merkel, una donna e per giunta “tozza”) oppure quando riflette sugli strumenti in uso nel nuovo millennio (“E dopo poco tempo constatai che qualsiasi cosa scrivessi, finivo sempre allo stesso indirizzo protogermanico, chiamato Wikipedia; era chiaro che quel nome derivava dalla combinazione  di “enciclopedia” e di “Vichinghi”, una stirpe germanica ben nota per il suo spirito esploratore. Di fronte a un simile progetto mi commossi fino alle lacrime”). Fra una risata e l’altra, non si può negare che il riso diventi a poco a poco sempre più amaro. Vermes tratteggia una storia che seppur al limite del reale, ci fa riflettere a fondo su come l’uomo sia spaventosamente prevedibile, sempre pronto a ricadere nei suoi errori.

Argomento che non poteva essere tralasciato, in un capitolo si affronta lo sterminio degli ebrei durante una conversazione con la sua segretaria, che Hitler scopre essere propria di origini ebraiche.

“Ma che modo di ragionare è questo?” domandò la signorina Krömeier con freddezza. “Perché? Se sono stati uccisi per sbaglio, allora è tutto a posto? Noo, l’errore è stato permettere che qualcuno si facesse venire l’idea di uccidere gli ebrei! E gli zingari! E gli omosessuali! E tutti quelli che non gli andavano a genio. Le voglio rivelare un trucco: se non si uccide nessuno, allora non muoiono neanche le persone sbagliate! È talmente facile!”

Inizialmente sembra comprendere lo sfogo della segretaria, tra l’altro giustificata perché “donna”, quindi per natura compassionevole. Ma Hitler non risulta per niente turbato né pentito, e allora, leggendo queste pagine, ripenso a uomini come Priebke, ai milioni di morti nelle camere a gas, ai racconti dei superstiti, a quelle immagini d’archivio che mettono i brividi, e a quanto ci sia bisogno di un’educazione alla memoria per le nuove generazioni, affinché lui, o chi per lui, non torni più.

“Gli istinti più bassi sono i più fedeli alleati di un uomo, soprattutto quando non se ne posseggono altri.”

– Eleonora Materazzo –

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