Dipingere per ricreare la meraviglia – Intervista al pittore Cristiano Mancini

Mexico City Blues, 2011, acrilico su tela, 70×100

Mexico City Blues, 2011, acrilico su tela, 70×100

Esplosioni di colore, tante forme che si aggregano e danno vita ad astrazioni e personaggi in continuo mutamento ma sempre in perfetto equilibrio compositivo. Le opere di Cristiano Mancini, classe ’78, di Velletri, sono una scoperta figurativa e simbolica.
Il suo lavoro è il frutto di una stesura libera di colore che va a riempire il bianco della tela. Queste macchie cromatiche, sovrapponendosi di strato in strato, danno vita a particolarissimi personaggi in stile patchwork che non lasciano quasi spazi vuoti tra di loro, o ad animali che si staccano nettamente da un fondo uniforme. Qualche piccolo particolare aggiunto alla fine del lavoro, come un occhio o una bocca, ci suggerisce che il processo creativo è terminato e il soggetto ha finalmente preso vita.
Il valore di Cristiano come pittore è sancito, oltre che dal suo stile, anche dalle numerose esposizioni, sia personali che collettive, che ha collezionato in molte città italiane, tra cui Roma, Milano, Bologna e Udine. Lo abbiamo incontrato alla vigilia dell’inaugurazione della sua ultima personale intitolata “La rivolta della giungla urbana”, che si terrà dal 5 fino al 12 novembre a Milano, presso la Mamo Galleria in Via Plinio 46.

La rivolta della giungla urbanaQuando hai cominciato ad occuparti di arte e come è successo?
Credo che sia giusto dire che non mi sono mai occupato di arte, casomai è stata l’arte ad occuparsi di me. Non si può parlare di un inizio, c’è sempre stato questo impulso presente in me. Nasce da bambino, quando all’asilo ti danno i fogli da colorare e disegnare. Da quel momento il mio monologo interiore composto di immagini ha preso a continuare, ad evolversi.

Aquarium, 2011, acrilico su tela, 150×100

Aquarium, 2011, acrilico su tela, 150×100

Tra le tante esposizioni a cui hai preso parte, hai partecipato alla mostra “Pop Corner #2” organizzata da Mobilitazioni Artistiche, che si è tenuta fino allo scorso aprile presso Ristorarte di Cisterna. Si può definire la tua arte pop, nel senso che è alla pop art che ti ispiri? E inoltre c’è qualche autore o corrente artistica da cui ti senti influenzato o che ti colpisce particolarmente?
“Pop Corner #2” è stata un’esperienza davvero molto interessante, sia per la scelta della location, sia per il taglio dato alla mostra e per l’accostamento tra pittura e fotografia, il tutto volto a dare un’idea di arte pop. Tuttavia quello che faccio, sebbene si avvicini molto a questo concetto, non riesco a definirla Pop Art, che ha delle caratteristiche ben precise. Io mi sento molto influenzato da linguaggi che si possono definire pop, come l’illustrazione e l’animazione, ma il mio quadro è un unicum, mentre la Pop Art tende alla riproducibilità seriale. Oggi il mio sforzo è un po’ anche il tentativo di allontanarmi da questo genere, continuando a usare elementi e stilemi che gli appartengono, o che i più associano a questa corrente, come il fumetto, la pubblicità, l’illustrazione, ma facendola diventare parte di un discorso più intimo e personale. In fondo non si inventa nulla, si tratta solo di guardare le cose in modo nuovo. Per quanto riguarda l’ispirazione, non mi sento molto influenzato dall’arte contemporanea quanto da altre forme. Mi colpisce molto di più guardare di sfuggita un cartone in tv, magari con delle soluzioni particolari, o l’illustrazione, che trovo essere oggi una forma molto viva.

Quindi ti senti stimolato anche da altro, come la musica che ascolti o i libri che leggi?
Sì, decisamente, l’ispirazione va presa da altro, è qualcosa che va oltre. Secondo me fare arte ispirandosi ad altra arte è sterile.

Il tuo stile è coloratissimo e spesso ironico, con personaggi che sembrano attingere alla memoria infantile: pupazzetti ispirati ai cartoons, ai fumetti e ai videogiochi anni ’90. Quanto c’è del tuo passato in queste opere?
Naturalmente c’è un forte riferimento all’infanzia, anche se vissuto e rappresentato in maniera inconscia. Non è qualcosa di individuabile. Diciamo che tutto è rielaborato attraverso lo schermo dei ricordi e del sogno, ma anche per me è molto difficile individuarli, perché spesso ritornano e appaiono un po’ a caso.

Low Battery, 2012, acrilico su tela, 50×70

Low Battery, 2012, acrilico su tela, 50×70

Mail me!, 2012, crilico su tela, 50×70

Mail me!, 2012, acrilico su tela, 50×70

La costante dei tuoi quadri è la scelta di questi “pattern”, di queste macchie di colori e forme differenti che si ripetono in contenitori vari (i personaggi). Quanto studio c’è dietro a questa scelta?
Questi “pattern”, come tu li chiami, sono in realtà punti di arrivo stilistici di una ricerca molto lunga, che man mano si è andata definendo e ha attraversato parecchie fasi. Faccio un po’ fatica a definirla vista la sua natura molto spontanea e quasi casuale. A volte può essere intesa come una “nuova pelle” degli elementi più concreti che rappresento (come gli animali), mentre a volte diventa invece una sorta di movimento o luce interiore. Prima queste macchie erano qualcosa di geometrico, schematico, ma poi hanno preso vita da sole, esprimendosi attraverso la loro molteplicità. Fatto sta che queste forme spontanee di colore stratificato mi permettono di raccontarmi delle storie, illustrarmi delle situazioni anche intime che magari sto vivendo in quel momento, che poi, in seguito, agli occhi delle persone che guardano, acquistano tutt’altro significato. Per questo rimangono molto ambigue e leggibili su diversi piani. Lo scopo è quello di far “smarrire” lo spettatore in questo affollamento e fargli cercare una via d’uscita, con la sua rappresentazione personale.

Pian pian l’evoluzione dei tuoi lavori, che inizialmente sembrano evocare agglomerati di forme astratte per poi divenire gruppi di personaggi di fantasia, è approdata ad immagini di animali, quasi sempre solitari che si staccano nettamente, grazie ai colori vivaci che li animano, da un fondo neutro. Il tuo lavoro fa pensare ad un’evoluzione continua dei protagonisti delle tele più che ad un’organizzazione in serie.
Certamente l’organizzazione in serie c’entra poco. Penso sempre per singoli animali, quelli che più mi meravigliano in quel momento, che sono una sorta di contenitori e che diventano essi stessi “contenuti” dalle forme che li popolano. Sono animali preistoriche, mastodontici e all’apparenza minacciosi, ma in realtà placidi. Riprendo queste forme che servono anche a richiamare l’attenzione attraverso le loro dimensioni (sia degli animali che delle tele), e sono sempre qualcosa che contiene altro e che aiuta ad esprimere un concetto attraverso la loro grandezza. Si rivelano quindi in grado di catturare l’attenzione in un mondo in cui è difficile farlo perché ormai troppo rumoroso. Penso sempre alle nostre esistenze popolate da milioni di immagini, sentimenti, aspetti e voci diverse che ci popolano e che portiamo con noi, di cui siamo il contenitore, ma allo stesso tempo ci contengono e formano quello che siamo.

Hai mai pensato a ritrarre delle forme umane?
Al momento sto elaborando soggetti che definirei più “ancestrali”, ma in un certo senso l’ho fatto in Back to Skull, sebbene sia un teschio, quindi un uomo ridotto all’osso. In questo senso mi interessa la forma umana: in quanto forma scarnificata e rivestita di nuova pelle, che lo pone anche, se vogliamo, come animale tra gli animali, senza differenze semantiche, mostro tra i mostri. Il più mostro di tutti.

Back to skull, 2013, acrilico su tela, 100×100

Back to skull, 2013, acrilico su tela, 100×100

E a lavorare ad altre forme di arte, come la scultura o la videoarte?
La contaminazione è sempre una cosa a cui penso, ma poi va fatta appropriandosi di quei linguaggi, che io ancora non conosco bene. Non ne sono abbastanza padrone da provare. Diciamo che in questo senso vedrei più una collaborazione.

Cos’è “La rivolta della giungla urbana”?
La rivolta della giungla urbana è la dichiarazione di un’identità differente. L’affermazione di gradi di esistenza che sempre più spesso vengono messi ai margini e schiacciati dalle correnti di pensiero dominanti, dalla rincorsa al progresso, all’apparire a tutti i costi, al potere. È la polvere nascosta sotto il tappeto che si ribella, quello che molti non vogliono vedere. Gli animali sono chiaramente una metafora, così mastodontici, spaventosi, colorati. Sono lì a ricordarci che esistono, che occupano uno spazio ed è il caso di farci i conti. Sono forme che si pongono in contrasto, in rottura con la contemporaneità. Richiamano la crisi del nostro vivere nei grandi agglomerati urbani ed è quasi come se si imponessero invadendo e reclamando spazi che la società contemporanea non ha dato loro. Tutto ciò che è polvere agli angoli pian piano si ribella e prende vita in questa maniera, diventa un manifesto, un’attestazione di presenza.

I, Elephant, 2013, acrilico su tela, 100×100

I, Elephant, 2013, acrilico su tela, 100×100

In base alla tua esperienza, dove e come si possono collocare l’artista e l’arte nell’era del marketing? Si può vivere di sola arte?
Secondo me il mondo dell’arte non è cambiato granché nel tempo, ci saranno sempre l’artista e il compratore, quello più sopravvalutato e quello più sottovalutato. La differenza è che oggi c’è solo più confusione (grazie e purtroppo ad internet). È sempre stato difficile vivere di arte e lo è ancora. Poi, di questi tempi, l’artista è un precario fra i precari, si confonde, è in buona compagnia. Per questo c’è chi si butta anche su altri campi, sulla grafica per esempio, ma di fatto il mercato non è che sia molto più grande. L’importante secondo me è cercare di lavorare come vuoi tu, senza troppi problemi di sopravvivenza, per riuscire a venire incontro alle esigenze della gente, far capire la propria arte, ricreare la meraviglia. Quando vedi le persone incantate davanti ad un tuo lavoro, quello è un risultato. Lavori per colpire le persone, la vendita è un’altra cosa.

Ammirando un’opera di Cristiano, Full Immersion, ho pensato che tutti dovremmo provare a sentirci come la balena del suo dipinto, che immergendosi nelle profondità marine a poco a poco si colora, suggerendoci che sotto la superficie, arrivando a fondo, può riscoprire e svelarci tutta sé stessa.

– Eleonora Materazzo –

Full immersion, 2013, acrilic on canvas, 100×100

Full immersion, 2013, acrilic on canvas, 100×100

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